vatinno On dicembre - 12 - 2017

Angelino Alfano ha dichiarato la scorsa settimana che lascerà la politica non ricandidandosi e dopo il freddo testo del comunicato stampa ha spiegato il senso della sua scelta alla trasmissione domenicale di Lucia Annunziata “Mezz’ora in più”.
Lo ha fatto, occorre darne atto, in maniera molto umana, colorata di motivazioni personali e di spiegazioni a sé stesso ancor prima che agli altri.
La domanda che si fa il cittadino comune è: ma è possibile che un politico affermato ed ancora giovane lasci la poltrona?
Questa domanda la si può porre anche per Alessandro Di Battista che ha fatto dichiarazione analoga motivata per altro dalla nobile volontà di dedicarsi interamente al suo ruolo di padre e ai suoi interessi.
Nel caso di Alfano però alcune considerazioni sono d’obbligo e riguardano necessariamente la sua storia politica. Alfano per molto tempo è stato considerato a tutti gli effetti il “delfino di Berlusconi” considerando con questo termine il ruolo di colui che doveva guidare l’area liberista del centro – destra dopo il ritiro del vecchio leone e Alfano in questo ruolo credeva fino a quando l’ ex Cavaliere disse di lui che non possedeva il “quid”; a questo punto, la sua sensibilità umana, ancor prima che politica, legata forse anche al suo essere siciliano, lo ha portato inevitabilmente verso una cesura con il padre che nasconde anche interpretazioni psicanalitiche evidenti.
Angelino si è diretto allora verso il “potere per il potere” -se così possiamo dire- ed è entrato nella corte dell’allora nuovo Re, del giovin signore dell’Arno, che prometteva miracoli e cambi epocali in questo non troppo distante dall’antico padre politico.
Con Renzi il rapporto è stato strettamente di convenienza reciproca dettate dalle crude esigenze dell’aritmetica politica: io ti sostengo il governo di centro – sinistra che la maggioranza in parlamento non ce l’ha e tu mi dai un posto da ministro.
E così è stato. Nella sua lunga carriera ministeriale Alfano ha avuto ministeri di assoluto peso dalla Giustizia, all’ Interno, agli Esteri ed ha svolto il suo lavoro senza troppi inciampi.
Poi, dopo l’esito disastroso del referendum del dicembre scorso quello sulle riforme istituzionali che ha disarcionato Renzi, si è ritrovato al centro dell’ironia di Renzi stesso che gli ha detto che se uno che ha avuto quei ministeri non raggiunge poi il 3%, beh qualche domanda se la deve porre. E qui il nuovo colpo all’amor proprio che lo ha segnato definitivamente facendogli maturare la decisione di mollare tutto e tornare alle sue antiche passioni, come gli studi giuridici e la sua professione di avvocato.
L’Annunziata è giornalista troppo scaltra per non aver fatto notare ad Alfano che lei non ci crede tanto a questa sua conversione pauperista (in senso della rinuncia al potere) e che forse anche la sconfitta recentissima alle elezioni siciliane ha influito, ma lui è stato convincente umanamente riaffermando che nella sua posizione almeno un seggio Renzi glielo avrebbe dato se lo avesse voluto.
Quello che un analista attento non può non sottolineare è però che Alfano non ha fatto polemiche né con Berlusconi né, soprattutto, con Renzi anzi ne ha lodato l’agire governativo rivendicando i meriti di un cambiamento in meglio dell’Italia.
In questo c’è molto dell’antica anima DC dell’attuale ministro degli Esteri e una certa tendenza connaturata a quel modo di pensare che è bene non farsi troppi nemici e non bruciare i ponti in attesa di qualcosa che data la sua relativa giovane età potrebbe riaffacciarsi in futuro.

Oltretutto, questa sua decisione, ha pesanti risvolti negli equilibri del centro proprio in vista delle elezioni e lascia il via libera ad un ritorno in grande stile di Pierferdinando Casini, che infatti, ha già ottenuto la presidenza della importante commissione parlamentare di indagine sulle banche.
Il suo partito, Ap, Alternativa popolare (sondaggi al 2,8%) erede del Nuovo centro – destra ha reagito all’annuncio del suo leader polarizzandosi nella componente filo – renziana costituita da Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto, in quella centrista, di Maurizio Lupi e in quella che guarda a Forza Italia, prodromo di una più che probabile scissione.

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