vatinno On febbraio - 5 - 2018

Delitto a Montecitorio
Giuseppe Vatinno
Aracne Editrice
2017

http://www.aracneeditrice.it/index.php/pubblicazione.html?item=9788825507362

Di Giuseppe Vatinno

Riassunto

Delitto a Montecitorio è un giallo, ma più che un giallo forse lo potremmo definire un fanta-giallo per un certo finto distacco dalla realtà fattuale che, accompagnato da una costante ironia non priva di qualche spunto comico, porta il lettore nei meandri del Palazzo e, soprattutto, della politica, degradata il più delle volte a basso rito di mercanteggio. La trama ruota attorno a un omicidio “eccellente” e alle successive indagini per scoprire il colpevole che porterà, in realtà, in un mondo intangibile fatto di supposizioni e possibilità che si materializzano improvvisamente e altrettanto improvvisamente scompaiono, fino al colpo di scena finale. Una storia raccontata da chi il Palazzo lo conosce e riesce a individuarne i suoi tanti tranelli e misteri.

Prefazione

Ho letto, riletto. Alla fine ho capito.

Di Giovanni Negri
Già Segretario del Partito Radicale

Ho capito perché, quando mi accade di passare per Roma e andare alla Camera si ripete un rituale. No, non parlo dei cessi d’oro, del transatlantico in marmo e mogani, della mensa che fu a 3 euro la spigola, dei toscani introvabili se non da quel tabaccaio lì al piano terra, della buvette tutta specchi e commessi impomatati, né dei colloqui bisbigliati all’ombra dei busti dei padri della patria o sotto gli sguardi severi dei presidenti d’antan.
Tutto questo, chiedo venia ma non è snobismo, per me era noia già prima. Arrivai lì che avevo 27 anni, obbligato a dare del tu a La Malfa e Pajetta, Almirante e Andreotti, Craxi e la Jotti. La Presidente – lei almeno, di questo siamo certi, non fu assassinata – e a tu per tu mi pose solo quella domanda: “Ma tu, esattamente, di che giorno e mese sei? Anch’io sono entrata giovane e mi interessava sapere…”.
Ecco, non è quello il mondo che non ho capito. Quello l’ho vissuto e capito persino troppo. L’ho anche combattuto, certo, prima di esserne anche un po’ annoiato perché, bello o brutto che sia, a tutto si fa l’abitudine e l’abitudine è la mamma della noia.
Ciò che da anni però non mi riusciva di capire era altro: e per la precisione era quello sguardo obliquo del barbiere. Sempre lo stesso, lo sguardo. Sempre lo stesso, il barbiere. Perché io alla Camera – a dirla tutta – per quello ci andavo e ci vado. Perché la rincuorante abitudine di farmi tagliare i capelli là dentro ancora mi dà un fremito di dolcezza, di giovanile scelleratezza, di gozzaniano sapore del tempo passato. Una sorta di buon salotto della nonna, dove stare attenti alle porcellane e ricordare quanto erano avvelenate o spiritose le vecchie zie, o quanto farabutto quel lontano parente.
Perciò, ora che le mie due sprecate braccia politiche sono state finalmente restituite all’agricoltura e alla meritoria produzione di vino (discreto, va detto), di Montecitorio grosso modo tutto continuo a sapere, e tutto a spiegarmi. Tranne il barbiere che ogni volta – ogni santissima volta che mi siedo nella poltroncina, ormai a pagamento ma sempre deputata alle tosature delle più lucide teste della Repubblica – continua a ripetermi con un immane, drammatico sospiro: “Onorè, qua così nun se po’ proprio annà avanti così. Questi so’ bbestie. Vabbè voi eravate chi bravo chi meno, chi furbo chi scemo, chi ladro chi no. Ma questi nun se po’. Questi so’ ggnente. Onorè: ggnente. Ma quando dico ggnente , dico proprio ggnente”.
Ecco. Fino al dipinto di Giuseppe Vatinno (anche lui ex parlamentare) – con la sua presidente Fantos assassinata come Biancaneve da una mano perfida e avvelenata nel cuore di una seduta, con l’onorevole Vesconi e il procuratore Buggias, la tartaruga Agamennone e il grande direttore di quotidiano Barbetta , con il presidente Cavalli e il capopartito Baldo – fino insomma a questo delitto costruito dall’autore fra i velluti dell’aula , quello stanco rito del barbiere continuavo ad attribuirlo a una leziosa, un po’ ipocrita recita del bravo commesso-barbiere che , più per compassione che per convinzione , snocciolava al fu giovane onorevole i grandi, presunti pregi della classe politica della Repubblica di un tempo rispetto ai nuovi arrivati, all’orda incolta e sudaticcia del post-tangentopoli che ha fatto irrompere fra gli scranni quello che (sempre a dire del commesso-barbiere) è “il nuovo bestiario”.
Ma adesso tutto mi è più chiaro. Perché mai, sino all’illuminante novella di Vatinno, Montecitorio era stata così raccontata per ciò a cui il Palazzo – si, quello così potente, tronfio al punto che Pasolini metaforicamente lo voleva processare – è stato ridotto. Ossia un grande set cinematografico. Solo e soltanto quello. Nulla di più. Nulla di meno. Al suo centro ormai ci sono zero politica, zero partiti, zero leader. Soprattutto: Zero potere. Ecco la drammatica consapevolezza che sin qui mi era sfuggita: il Potere, quello vero, ormai è tutto altrove.
Macché House of Cards, all’italiana o meno, macché Casta e Gioco delle Caste. Macché grandi duelli, fatidici scontri, superbi interpreti, invettive drammatiche, orazioni appassionate. Macché leggi, norme, dettami per cittadini e popolo. Fine. Come un immenso Club del Sigaro, un Circolo Ricreativo decadente e decaduto, un Dopolavoro di lusso spallato, la Montecitorio di Vatinno è soltanto quello. Un triste set cinematografico. Neanche troppo vero: odora di cartone. Un po’ come i finti paesini del West di Cinecittà, dove in venti metri quadri è ricostruito tutto: il saloon e la prigione dello sceriffo, il pianoforte e il vestito della sciantosa.
E in effetti il punto è proprio questo. Forse qui sta la verità, come si diceva una volta, oggettiva. No: non è vero che noi antichi parlamentari eravamo meglio e questi peggio, una volta i partiti veri e ora di plastica, la politica a suo tempo viva e oggi morta. O meglio: anche se tutto questo fosse vero ciò non basterebbe a giustificare, legittimare il racconto di Montecitorio per il luogo che è divenuto. Un teatro, un palcoscenico fatto di mobili antichi e non di potere, di spartiti senza autori, svuotato di vere anime e riempito di pupazzi, dove – come tanti personaggi di Garcia Marquez, in disfacimento fisico a suggello di quello morale – i vitaliziati e i loro persecutori, gli ex Casta e i professionisti dell’Anticasta, gli ex potenti e gli impotenti si girano intorno in un furioso quanto vacuo carosello.
Grazie quindi a Vatinno, che me lo ha fatto capire: il suo non è un giallo, un assassinio che si consuma in Parlamento. Il suo è un giallo sul Parlamento che è stato assassinato, che non c’è più per come lo abbiamo conosciuto, che è forse irrimediabilmente inadeguato nel persino fingersi luogo di una democrazia nella quale il potere è proprio altrove (e poco importa se a Bruxelles, a Berlino, fra gli specchi di una fondazione bancaria o sotto la moquette di una multinazionale: è altrove).
E qui sorge allora un altro problemino, che la lettura ha ispirato. Se questo è il quadretto un po’ raccapricciante che ci tocca vivere, qualcosa si può e si deve fare? Già. Chissà. Ma questo è un altro libro, un’altra storia.

Giovanni Negri
Langhe piemontesi, 4 settembre 2017

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