vatinno On marzo - 6 - 2018

(Pubblicato anche sull’Indro)

La Romania è un Paese ancora poco noto in Italia, nonostante che la sua comunità sia la più numerosa tra gli stranieri ed è quindi opportuno conoscerla più a fondo, soprattutto dal punto di vista sociale e politico.
Come ben noto la Romania, delimitata nello sviluppo longitudinale, ad ovest dai Carpazi ed a Est dal Mar Nero ed attraversata dal tratto finale del Danubio, proviene dall’esperienza comunista che dal secondo dopoguerra fino al 1989 l’ha vista priva di democrazia.
Nicolae Ceaușescu ha dominato gran parte della storia rumena a partire dalla seconda meta degli anni 60, quando divenne segretario generale del Partito Comunista Rumeno succedendo a Gheorghe Gheorghiu – Dej.
L’azione politica di Ceaușescu si caratterizzò con una costante opposizione a Mosca e per l’apertura in senso occidentale che impresse alla Romania pur rimanendo fedele al dettato stalinista e quindi costituendo un interessante caso di nazional-comunismo.
Tale opposizione è spesso letta non in senso liberale, ma come contrasto al processo di destanilizzazione attuato in Urss dal nuovo segretario Nikita Chruščëv, attuato nel XX e XXII congresso del Pcus.
La sua politica estera fu in controtendenza rispetto a quella del blocco socialista: non ruppe ad esempio i rapporti con Israele e si presentò come mediatore tra esso e l’ Olp al fine di trovare un accordo per la Palestina e non ruppe le relazioni diplomatiche neppure con il Cile dopo il colpo di Stato che portò a potere Augusto Pinochet.
Parimenti la Romania non partecipò nel 1968 all’invasione militare della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia guidato dall’Unione Sovietica, di cui faceva formalmente parte.
In politica interna si dotò di un organo statale particolarmente repressivo, la Securitate (Departamentul Securităţii Statului, Dipartimento di Sicurezza dello Stato), che fu uno dei più temuti servizi segreti dei Paesi dell’Est.
Ceaușescu resse la Romania dal 1965 al 1989 quando a natale fu giustiziato a Târgoviște
nella regione della Muntenia, insieme alla moglie dopo disordini e sommosse contro il suo potere.
E da qui vogliamo partire per fare alcune considerazioni su questo stato balcanico.
Infatti, un dato salta subito agli occhi: la Romania è stata l’unica nazione in cui la caduta del comunismo si è consumata in maniera cruenta e si è conclusa con l’esecuzione del dittatore.
Non è successo così nel Paese guida del Patto di Varsavia, l’Unione Sovietica, non è successo così per la Germania Est o la Bulgaria, o l’Ungheria o la Polonia, con la parziale eccezione del conflitto tra serbi e croati che si svolsero dal 1992 al 1995 dopo la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Tuttavia, questo conflitto fu una conseguenza della caduta del regime piuttosto che la causa, come nelle situazioni precedentemente richiamate.
Solo in Romania c’è stato un evento così forte, così tranchant, che ha posto fine al regime in maniera violenta.
Ma lasciamo in disparte, per ora, questo evento e passiamo alla cronaca e vediamo come il 2017 sia stato in Romania un anno particolare; un anno che si è aperto e chiuso con moti di piazza. All’inizio anno con migliaia di cittadini radunati a Piața Victoriei che protestavano contro l’ordinanza d’urgenza del governo di Sorin Grindeanu che modificava il codice penale e terminato con le proteste contro alcune leggi della giustizia del nuovo esecutivo, guidato fino a gennaio di quest’anno da Mihai Tudose, ora sostituito da Viorica Dăncilă.
Attualmente la riforma del codice penale è all’attenzione della corte suprema rumena che le ha già dichiarate in parte anticostituzionali destando la preoccupazione della Ue tramite il commissario per la Giustizia Vera Jouronova.
Questa sorta di “Mani Pulite” balcaniche sono una reazione popolare al tentativo dei governi a guida socialista di addolcire la normativa anticorruzione e questo ha provocato i moti di piazza dei cittadini che vedono in questo atto una norma di auto – assoluzione dei politici.
È interessante ora connettere questi recentissimi eventi con la caduta del regime e la fine di Ceausescu di cui prima accennavo.
In tutti e due i casi il popolo ha agito per strada e non utilizzando lo strumento della mediazione politica.
Nel dicembre del 2016 hanno infatti votato solo il 40% della popolazione, ma ai moti del 2017 hanno partecipato fino a 150.000 persone per volta, segnando un comportamento contradditorio. È come se i rumeni, appunto, non si fidassero dello strumento politico e vogliano utilizzare direttamente l’azione popolare, come è successo con la fine cruenta del dittatore.
Una possibile spiegazione sociologica di questo comportamento può essere rintracciata nel fatto che il Paese, in realtà, è caratterizzato da due entità, e cioè una parte cittadina con Bucarest e Timișoara come “guida” e il resto rurale, con comunità ancora arretrate in Transilvania, Moldavia e la parte sud vicina alla Bulgaria.
Sono due mondi opposti e non comunicanti: nelle grandi città tira un’aria occidentale, fatta di tecnologia, innovazione, terziario in tentativo di avanzamento, cultura, giovani, mentre le zone rurali restano legate ai modelli agricoli e tradizionali, con accentuata presenza di anziani e forte emigrazione verso l’Occidente.
Importante rimarcare in questa sorta di eventi che potremmo denominare “rivoluzione blu” (dai colori di Twitter e Facebook) il ruolo dei social media che ha permesso di coordinare i moti di piazza, come è successo nelle cosiddette “primavere arabe”.
Nelle città quindi c’è una politica moderna mentre nelle campagne c’è sempre la politica, ma fatta in maniera diversa e cioè più legata a modelli clientelari e corruttivi e ad un passato che non passa.
A quanto pare la componente rurale e cioè pre-politica o politica clientelare e ancora non pienamente democratica è quella che domina dal 1989 (senza addentrarci nei rapporti tra centro e periferia sotto il regime comunista). Ed ecco che il popolo non agisce alle urne, ma lo fa in piazza in maniera anche violenta e lo fa, paradossalmente, a Bucarest cioè proprio quella città che dovrebbe essere la guida di una politica moderna che è sì presente, ma incapace di arginare il fermento populista e ad arginarne gli inevitabili eccessi.
Le rivendicazioni possono anche contenere elementi di verità e di indignazione, ma sarebbe meglio incanalarle in strumenti istituzionali, cioè in un partito rappresentato in Parlamento.
In tutto questo i conti con il passato comunista non sono ancora chiusi se è vero che l’ex Presidente Ion Iliescu -e tredici funzionari tra cui un ex primo ministro e il capo dei servizi segreti- è sotto processo con l’accusa di “crimini contro l’umanità” legati al 1990 quando, nel mese di giugno, ci fu una repressione violenta di moti popolari studenteschi utilizzando 10.000 minatori, preponderatamene transilvani e moldavi, armati di mazze ovvero la cosiddetta mineriada. Questo tragico evento politico avvenuto tra il 13 e il 15 giugno è stato, ad esempio, paragonato dallo storico romeno Andrei Pippidi alla “notte dei cristalli” (Kristallnacht) nazista e allo squadrismo fascista.
Eppure la Romania avrebbe molte possibilità di agganciare pienamente il treno del modello dello sviluppo occidentale. Ad esempio, le istituzioni culturali ed universitarie sono forti con punte di eccellenza e se si riuscisse a produrre la connessione tra facoltà tecniche come ingegneria e industrie e aziende, magari mediante i fondi europei, si potrebbe innovare con maggiore facilità e soprattutto importare una mentalità più aperta al moderno e al mercato che finirebbe inevitabilmente per fecondare anche quelle aree rurali che fino ad ora hanno pervicacemente resistito alla modernizzazione.
Il turismo poi è una delle carte vincenti della Romania che possiede montagne superbe, come in Transilvania, con acque cariche di storia come quelle del Mar Nero.
Si pensi alla Transilvania del Conte Dracula con i suoi boschi fitti e misteriosi e i suoi dirupi vertiginosi, le nebbie dei Carpazi, l’indolente e saggio fiume Danubio e il suo delta che è una incredibile area protetta di bellezza di flora e fauna selvatica in una terra incontaminata.
Tutte queste attrattive sono ancora poco conosciute dai turisti occidentali anche perché le strutture di recepimento non sono anocra all’altezza degli standard occidentali nel rapporto qualità/prezzo.
La Romania dovrebbe poi avere un legame privilegiato con l’Italia sia in termini economici che culturali, visto che nel nostro Paese risiede la sua più popolosa comunità estera (il 40% dei rumeni in Europa).
Un accenno ai dati del Pil in grande crescita con l’8.6% di aumento fatto registrare nel primo trimestre del 2017, migliore risultato nella UE.
Tuttavia, queste frizzanti dinamiche espansive non devono far dimenticare i complessi problemi strutturali della nazione rumena che ancora ha grandi fasce di povertà al suo interno e emigrazione verso l’Occidente.
Ora la Romania è a un bivio anche geopolitico: da una parte c’è ancora l’area di influenza russa che preme a nord con l’Ucraina mentre dall’altra c’è l’Occidente rappresentato fattivamente dalla Unione Europea nel concreto e dagli Stati Uniti in ideale.
Solo se lo stato balcanico riuscirà a trovare la strada della modernizzazione inserita in un contesto di democrazia parlamentare avanzata potrà aspirare ad agganciarsi stabilmente ai Paesi occidentali migliorando la propria libertà di stampa, i media in generale, la penetrazione di internet e del web nelle aree rurali. Occorrerà sganciarsi completamente dai vecchi modelli socialisti di stampo sovietico per accettare pienamente la sfida della imprenditoria privata e anche innovare l’architettura del realismo socialista, con i palazzoni staliniani che dominano ancora città come Bucaret. Solo così si potrà sconfiggere la politica clientelare delle campagne che sembrano, a volte, ferme al XIX secolo e incanalare i moti di piazza in modo che abbiano possibilità di incidere direttamente in Parlamento con una rappresentanza democratica.
In questo scenario giocherà sicuramente un ruolo importante la Chiesa Ortodossa che è legata ad un tempo che fu, senza dubbio molto suggestiva nei suoi antichi rituali, nei suoi incensi, nelle sue meravigliose icone e nei suoi ori, ma che deve trovare anch’essa il passo della modernità.
Papa Francesco e il Vaticano hanno fatto passi in questa direzione per superare il noto scisma millenario, ma la strada dell’avvicinamento e della riunificazione è ancora lontana.
Spesso nelle aree rurali la Chiesa Ortodossa può (ri)sentire l’impulso della politica clientelare che ricorda i privilegi del passato; occorre che abbia il coraggio di interrompere questi legami e affronti, pur in un’ottica rispettosa delle sue millenarie istituzioni, i grandi temi della modernità che sono del resto ben presenti ed assimilati nelle città guida, appunto Bucarest e Timișoara.
La Romania è poi sempre di più un baluardo della Nato verso le spinte espansive dell’eterno suo nemico, l’orso russo che preme da sempre sui suoi confini nord orientali.
Se la Romania riuscirà a svilupparsi lungo queste direttive di modernità riuscirà finalmente a portare a termine un pieno processo di integrazione nei modelli occidentali, pur conservando le tradizioni locali, e potrà dirsi definitivamente fuori dalle influenze economiche, sociali e psicologiche del regime comunista.

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