vatinno On luglio - 7 - 2018


Da anni in Italia è in corso un curioso fenomeno che potrebbe essere materiale per un racconto metafisico di Italo Calvino o Dino Buzzati dal titolo: “La sparizione dei francobolli” che in sé non sarebbe poi, con tutti i problemi che ha il nostro Paese, un evento catastrofico, se si eccettua la bellezza artistica di certe miniature, ma diviene l’ennesimo fenomeno di approssimazione “all’italiana” per cui godiamo di una certa notorietà internazionale (purtroppo).
Andando in giro a chiedere i rettangolini colorati si ricevono perlopiù sorrisetti più o meno compiaciuti dei tabaccai che ci guardando con commiserazione: francobolli? Ma è roba di secoli fa, ora ci sono le email. D’accordo. Mettiamo però che in una città di turismo come Roma, Firenze o Venezia uno voglia inviare -affetto da totale snobismo- una cartolina per distinguersi in un mondo di virtualità dozzinale che ci sommerge di immagini. Ebbene niente. I tabaccai i francobolli non ce l’hanno o non li vogliono vendere, “non si smerciano” è uno dei mantra ricorrenti ed invitano ad andare alla posta a farsi una bella fila per mandare una cartolina. La situazione di per sé già surreale è però peggiorata da una perentorietà: per inviare missive occorre pagare una tassa allo Stato monopolista sotto forma del simpatico rettangolino cromatico che i rivenditori sono obbligati ad avere.
Naturalmente tabaccai e Poste si rimpallano le responsabilità.
E poiché la gabella è imposta dal ministero dello Sviluppo Economico che si occupa anche di Poste forse il ministro Luigi Di Maio vorrà occuparsene. Sarebbe un piccolo segno di concretezza in una Italia allo sbando tra voragini stradali e francobolli obbligatori che non si trovano.

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