vatinno On luglio - 11 - 2018

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Marco Damilano è il direttore de L’Espresso.
Fa parte di quella area politica, chiamiamola così, identificata come cattocomunista, con un inizio nell’Azione Cattolica, anche se ormai il comunismo non esiste più. Fa parte cioè quei cattolici che interpretano alla lettera il dettato evangelico e si sa che quando ci si affida troppo ad un libro, per quanto nobile e bello che sia, problemi ne sorgono sempre e non citiamo i casi più noti. Tuttavia Damilano si era anche contraddistinto per una certa diversità culturale, forse per la laurea in scienze politiche alla Sapienza di Roma e il successivo dottorato in Storia. Sembrava più tollerante ed indulgente, con la sua barba sessantottina di bravo ragazzo cattolico coinvolto nel giornalismo politico, uno di quelli con cui mangiare il tonno in scatola insieme in una comune.
Ed invece, ultimamente, dà segni di grave intolleranza condita, inaspettatamente, anche da parole che non possono proprio essere definiti francesismi e sicuramente non degni della sua cultura.
Il 17 giugno il suo settimanale esce provocatoriamente con una copertina molto contestata con la foto di un sindacalista di colore, Aboubakar Soumahoro e di Salvini con la scritta: “Uomini e no”, riprendendo il titolo di un famoso romanzo di Elio Vittorini in cui è narrata la lotta partigiana di Enne 2, capitano dei GAP a Milano.
Poi, l’altro ieri scrive in un lungo articolo e tra l’altro, sempre sull’Espresso:

“Questo vento ha cominciato a soffiare nel 2016 con la Brexit e con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Si nutre dello smarrimento del ceto medio in Occidente. E in Italia spinge un personaggio altrimenti modesto – un simpatico cazzone – come Matteo Salvini verso ambizioni di mantenimento al vertice dello Stato pluridecennali, più degne di un regime che di una moderna democrazia occidentale”.

Nel pezzo, che brilla per il termine scurrile che non t’aspetti, la preoccupazione costante di Damilano è la paura che Salvini possa durare trent’anni, come la DC.
Ma non solo lui; infatti quello che il giornalista romano paventa è il costituirsi di un asse mondiale sovranista, Roma, Londra, Washington, Budapest, Mosca e chi più ne ha più ne metta, che attenterebbe alla democrazia, aprendo la via ad una sorta di dittatura o regime mondiale.

Damilano identifica i protagonisti di questa stagione nel loro comportamento:

“… narcisismo sfrenato culminato con il bagno in piscina davanti alle telecamere nella villa confiscata, l’arroganza, l’intolleranza alle critiche, l’allergia per il dissenso che si rivela negli attacchi a Roberto Saviano”. 
In questo caso ce l’ha con Matteo Salvini e specificatamente all’episodio della villa confiscata ai Casamonica a Roma.
Quello che Damilano però non vuole o non può dire è altro: e cioè che proprio il manifestarsi di quella che lui identifica in una sorta di internazionale sovranista è la conseguenza di decenni di comportamenti non coerenti della sinistra mondiale, che definiamo radicalchicchismo o mondialismo. Michelle Obama ingioiellata che parla ai poveri, Hilary Clinton e le sue smorfie emanate dai vestiti supercostosi, i vip nostrani che parlano ai poveri dagli attici dei centri storici e di New York, giornalistoni rossomagliati con i rolexoni ai polsi…tutto questo è divenuto insopportabile alla gente comune che ne vede tutta la smargiassa ipocrisia. Se c’è Trump negli Usa la colpa è proprio degli amici di Damilano che hanno generato questa reazione. Forse è necessaria alla sinistra proprio quella autocritica che una volta ai tempi seri del Partito Comunista era il primo passo verso il cambiamento e magari la redenzione e forse serve una nuova classe di giornalisti e di intellettuali che si liberino dei loro privilegi e tornino a sporcarsi le mani con quel popolo che hanno in definitiva tradito.

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