vatinno On settembre - 11 - 2018

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http://www.giuseppevatinno.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/09/Papa-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />Papa Bergoglio ha raggiunto il soglio petrino nel 2013, dopo che Benedetto XVI aveva misteriosamente abdicato.
Il Papa argentino voleva stupire dopo il pontificato del papa tedesco e lo ha fatto: ha stupito.
Ma come ha stupito? Positivamente o negativamente? Questa è la domanda da porsi anche in questa frenetica era dell’apparire dove l’importante, appunto, è esserci indipendentemente da come e perché.
Bergoglio ha voluto rivoluzionare la Chiesa Cattolica e ha tentato di farlo fin dall’inizio, osando quello che nessuno aveva mai osato in mille anni di pontificato: prendere il nome del poverello di Assisi, quel San Francesco riformatore radicale della Chiesa che non era lo sprovveduto che l’iconografia ufficiale ci ha voluto tramandare; Francesco fu anche una sorta di nunzio diplomatico ante litteram con il terribile Saladino, in terra d’Oriente. Forse questa seconda qualità, politica, del Santo di Assisi ha convinto pienamente Bergoglio e non solo la prima.
Dunque Bergoglio esordisce con una stella polare: la povertà, i poveri, gli ultimi del mondo, i diseredati. Una grande battaglia la sua che lo stesso Cristo diede per persa ai suoi tempi.
“I poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete…” (Marco, 14 ,7).
Ma appunto i tempi sono diversi e la battaglia è giusta per sé. Tuttavia Bergoglio questa battaglia nobile l’ha affiancata ad una serie di confuse azioni volte a permettere la costruzione di una sorta di “idolo papale” in senso baconiano: sembra quasi che Papa Francesco abbia voluto creare il suo personaggio teatrale, costruito in un set ed adibito a recitare un ruolo ben preciso. Ed allora si sono affiancate battaglie sui migranti e contro l’economia mondiale, perché il denaro è “lo sterco del diavolo”, contro la ricchezza, per una esistenza grama e senza beni materiali. Ma, tornando alla storia dello sterco, se è così il Vaticano ne è pieno, visto i suoi immensi tesori e i suoi interessi finanziari in tutto il mondo. E poi le crociate giustissime contro la pedofilia nella Chiesa Cattolica, che però hanno un sapore di inautenticità. Francesco è un politico sopraffino, dice sempre che la colpa di tutto quello che non va è comunque degli altri. Ed è difficile rispondere al Papa, vuoi per rispetto, vuoi per devozione, vuoi perché la gente poi ci crede. Ed invece, se nella Chiesa c’è ancora pedofilia la colpa è del Papa che ne è il Capo, non (solo) dei predecessori. In primis perché la colpa è sempre di chi comanda che è il “responsabile d’ufficio” di qualsiasi organizzazione e poi perché Bergoglio ha avuto molto tempo a disposizione per cambiare e se nulla è cambiato è appunto colpa sua.
Ora l’iniziativa di Padre Carlo Maria Viganò riapre i giochi perché non si tratta della solita denuncia del presule intristito dal non riconoscimento dei suoi meriti personali, qui c’è di più: c’è un movimento di venti Cardinali e Vescovi Usa e poi c’è la richiesta di dimissioni del Papa stesso. E poco convince il bel mantra recitato dal Papa: “La verità è mite, la verità è silenziosa”. Troppo facile. La verità deve essere, anzi, molto assai ciarliera e soprattutto convincente, perché in tempi di populismo esasperato non si fanno sconti a nessuno.
E quindi il Papa dica, il Papa spieghi, il Papa argomenti e se non lo vuole fare lui, lo faccia il “Direttore nero”, gesuita come Papa Francesco, Padre Antonio Spadaro, che dirige La Civiltà Cattolica, periodico sempre dei gesuiti. Sornione, Spadaro attende, e twitta. Rinominato “il Trump d’Oltretevere” per i suoi cinguettii continui ad adorazione del Papa, Padre Spadaro controlla tutta la comunicazione vaticana e non è che lo stia facendo bene. Anzi. La popolarità del Papa si è incrinata da tempo, la gente non riempie più come all’inizio Piazza Sam Pietro e l’accusa di voler fare politica con la religione si associa sempre più spesso alla sua figura.
Poi ci sono le accuse di eresia, ben sette, come sostengono ben 62 preti in un documento lungo ed inquietante che mette a nudo tutte le contraddizioni dottrinarie di questo pontificato.
E poi ci sono le gaffe e le uscite strane. Tempo fa il Papa disse di esser estato in analisi da una psicoanalista. Pensava di rendersi simpatico, di apparire un “uomo comune”, ma in realtà la domanda da fargli e da farci è: se un Papa va a fare analisi perché un cattolico non deve poi sostituire la sua figura con quella dell’analista? Poi sdoganò Lutero e il Protestantesimo suscitando le proteste dei cattolici tedeschi, poi sdoganò il Buddismo Zen, poi quel suo passato di buttafuori in una discoteca di Cordoba in Argentina che non aiuta, poi la frequentazione con il dittatore argentino Jorge Videla.
Sembra che il Papa non abbia ben chiaro che la Chiesa deve avere autorevolezza, anche (e soprattutto) simbolica e più fa queste stranezze e più la Chiesa Universale di Cristo perde potere di attrazione, si allontana dall’immaginario che è l’ultima ridotta che abbiamo in questa fredda epoca algebrica e disumana.
E la Chiesa è forse troppo importante, parafrasando un noto detto, per “lasciarla fare ai Papi” che passano, mentre lei resta nei secoli.
Ma lui pensa di essere nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, questo è il punto. Più volte Francesco si è riferito a Papa Giovanni XXIII che aprì il Concilio e a Papa Paolo VI che lo chiuse.
Ma lì si trattava di fuoriclasse. Questa è solo una sbiadita imitazione.
Giovanni XXIII aveva l’età, la saggezza e soprattutto l’autorevolezza per interpretare il “segno dei tempi”, della contestazione giovanile negli Usa che a lì a poco avrebbe dilagato nel mondo con il nome di sessantotto e preparò la sua Chiesa al cambiamento e fu una mossa che ebbe un successo autentico e sincero, conquistò veramente il popolo e non solo i credenti. Perché si percepiva che si trattava di una grande iniziativa ecumenica genuina e non costruita a tavolino.
Giovanni XXIII è stato un coerente innovatore, aiutato da Monsignor Loris Capovilla (niente a che fare con Padre Spadaro), e addirittura mistico in alcuni suoi momenti. Chi non ricorda il famoso “Discorso della Luna” dell’11 ottobre 1962, in cui un Papa commosso e commovente disse:
“Questa sera lo spettacolo offertomi è tale da restare ancora nella mia memoria, come resterà nella vostra. Facciamo onore alla impressione di questa sera. Che siano sempre i nostri sentimenti come ora li esprimiamo davanti al cielo e davanti alla terra: fede, speranza, carità, amore di Dio, amore dei fratelli; e poi, tutti insieme, aiutati così nella santa pace del Signore, alle opere del bene!
Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: ‘Questa è la carezza del Papa’. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza.
E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre, pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino”.
Qui c’è sentimento, c’è commozione, c’è partecipazione, c’è ecumene, c’è poesia non retorica e quindi Verità.
Giovanni XXII visitò i carcerati quando era inusitato farlo e portò loro la sua presenza e compì mille altre azioni a sostegno del suo credo di rinnovamento. Bergoglio non ha fatto nulla di tutto questo. È andato dall’analista, come milioni di persone, come un signor Rossi qualsiasi, ha fatto il buttafuori violento in discoteca, vuole “menare” chi parla male della mamma, non risolve i problemi della Chiesa di Cristo, si prende sofisticamente gioco del concetto di “verità” e non ha neppure il carisma intellettuale e quella “sapienza dei tempi” che guidò il pontificato del “papa del dubbio” e cioè quel Paolo VI che attraversò gli anni più difficili del dopoguerra e lo fece reggendo saldamente il timone della navicella di Pietro, pur confrontandosi con drammi personali, come l’uccisione dell’amato amico Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse.
Il pontificato di Francesco rischia quindi di passare alla storia solo per la sua bizzarria e la sua scarsa consistenza; molto fumo e poco arrosto. Molte chiacchiere e pochi fatti. Troppe contrapposizioni politiche, contro Trump, contro Putin, contro il populismo, ben sapendo che anche il suo è un “populismo bianco” di stampo peronista, ambiguo ed irrisolto.

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