vatinno On agosto - 2 - 2019


Pier Paolo Pasolini è stato un intellettuale poliedrico e complesso.
I suoi interessi simultanei per la poesia, la letteratura, il giornalismo e il cinema ne fanno infatti una figura quasi unica nel panorama culturale italiano. Superiore, ad esempio, all’amico Alberto Moravia non solo per la qualità dei temi trattati, ma anche appunto per una sorta di primeva multimedialità panprospettica che lo contraddistinse e che gli permise di osservare le vicende “dall’alto”.
Pasolini, prima ancora che intellettuale, fu però uomo complesso e tormentato, si pensi solo al suo essere omosessuale dichiarato nell’Italia bigotta e perbenista di quegli anni. Fu certamente e volutamente “figlio del popolo” anche se non di nascita, essendo la sua famiglia borghese, ma fu soprattutto testimone ed attore di un certo tipo di sentire post – industriale che traeva contemporaneo godimento e disperazione da una sorta di “geopolitica del malessere” che si faceva luogo materiale proiettato nelle borgate romane e in una Ostia metafisica trasfigurata dal selvaggio ed incontaminato delta del Tevere, al confine con Fiumicino, luogo peraltro, in cui lui stesso fu ucciso nel 1975 in circostanze ancora non ben chiarite.
Una Ostia magistralmente descritta nel film “Amore tossico” del 1983 di Claudio Caligari con Cesare Ferretti (“Cesare”) e Michela Mioni (“Michela”).
Borgate degradate, che uscivano dalla guerra tra le macerie spirituali e materiali.
Borgate abitate dai suoi “ragazzi di vita”, esemplificati in attori simbolo come Franco Citti, indimenticato protagonista di “Accattone” del 1961 o in Ninetto Davoli, in cui un sesso ancora primordiale e non mediato scaricava una sorta di vitalità ingenua e creatrice che conteneva, secondo il poeta friulano, la vera essenza della vita.
Questo perché PPP si creava una sua religione basata sull’unica verità ai suoi occhi smaliziati possibile: quella appunto del sottoproletariato romano, delle borgate polverose ad est della Capitale, di una esistenza fatta di stenti ma anche di gioie basiche, non mediate dal tarlo dell’analisi che lo possedeva ma che, nel contempo, gli donava uno strumento privilegiato per osservare nei dettagli, come in una sorta di microscopio sociale, quell’umanità dolente ed affascinante.
Ed ecco le sue prostitute amorevoli e drammatiche, come nel film “Mamma Roma” del 1962 interpretato da Anna Magnani o la figura comica e tragica di Stracci, il ladrone buono dell’episodio “La Ricotta” nel film Ri.Go.Pa.G. del 1963 diretto da Pasolini stesso insieme a Rossellini, Godard e Gregoretti.
Bisogna avere un nuovo senso per apprezzare la bellezza nascosta nel degrado polveroso e desertico di quelle periferie romane; non bastano i sensi usuali, occorre la “romaestitudine” e Pasolini questo nuovo senso ce l’aveva eccome.
Ma Pasolini non visse solo l’” estetica del degrado” se così possiamo chiamare la sua antinomia esistenziale. Egli fu profeta occhiuto della china che l’Italia del boom si accingeva a percorrere dal punto di vista sociale, del precipizio che aveva imboccato nel buio degli apparenti anni luce.
Vide Pasolini il pericolo dei nuovi strumenti di comunicazione e cioè della televisione massificata e di una distruzione tecnologica che il tessuto rurale e contadino dell’Italia stava subendo.
Pasolini aveva capito che il micidiale vincolo del consenso di massa avrebbe degradato prima e distrutto poi la società civile come è effettivamente avvenuto.
Inseguire infatti i gusti della massa non poteva -ragionava l’intellettuale friulano- che abbassare il livello qualitativo e Pasolini non conosceva Internet e i Social.
Infatti, il Web ha rappresentato una rivoluzione superiore a quella dell’invenzione della stampa.
Il Web è stato ed è un incredibile e fenomenale serbatoio di conoscenza e di sviluppo ma, come ogni invenzione ha un suo lato in ombra che riguarda chi lo utilizza ed è del tutto evidente che dopo una fase paradisiaca ci confrontiamo ora anche con il suo aspetto per certi versi “infernale”.
Uno strumento che prometteva libertà per tutti si è trasformato infatti, per l’implacabile legge dell’eterogenesi dei fini, nel più grande e pericoloso strumento di controllo da parte dello Stato. E se questo vale per gli Stati democratici figuriamoci per quelli che non lo sono.
Il Web traccia e memorizza e, come il diamante, “è per sempre”, solo che il nostro cervello sapiens sapiens proiettato nell’antropocene non se ne è ancora accorto e quindi non ha ancora sviluppato alcuna difesa.
Ma torniamo a Pasolini che sintetizzò in un articolo, “Il vuoto del potere”, apparso sul Corriere della Sera il 1 febbraio 1975, la sua amarezza per la trasformazione dell’Italia rurale a lui cara con la frase divenuta famosa della “scomparsa delle lucciole dalle campagne italiane” che non significava solo le lucciole come insetti, ma si trattava di “lucciole simboliche”, “lucciole sociologiche” del cambiamento profondo del tessuto sociale italiano dovuta all’affermarsi del consumismo che PPP identificava con un nuovo “fascismo democristiano” solo apparentemente svuotato di potere e per questo ancor più pericoloso perché non visibile e contro cui non c’erano anticorpi.
Pasolini era preoccupato per questo fenomeno e vedeva nei media di massa un formidabile e pericolosissimo catalizzatore di questo processo sociale che poi, a ben pensare, non è altro che il portato della degenerazione del concetto di democrazia nella sostanziale anarchia che stiamo vivendo in questi tempi.
Certamente ogni uomo di ogni epoca ha sperimentato il sentimento della “trasformazione nel tempo della sua società” e questo è un fenomeno fisiologico. Il poeta latino Orazio, a cavallo tra il primo secolo a. C. e il primo d. C., si lamentava che “Roma non era più quella di una volta”, che i carri facevano un fracasso terribile sulle strade la stricate di ruvida pietra non facendolo dormire, che i costumi si erano degradati.
Fenomeno naturale dicevo ma quello che conta non è certo il fenomeno in sé ma la velocità di trasformazione ed è innegabile che tale velocità stia aumentando a livelli inusitati ogni anno.
Orazio viveva un tempo particolare e cioè il passaggio dalla Repubblica all’Impero di Augusto che per certi versi è simile, come entità del cambiamento storico, al nostro.
Il degrado che noi tutti sperimentiamo, nei trasporti, nelle buche, nei rifiuti, nell’erba incolta dei parchi nelle nostre città, nella incompetenza della classe politica, nello sfaldamento progressivo ed inesorabile dei legami sociali, sono frutto della degenerazione della democrazia in dittatura di massa, secondo schemi che i grandi filosofi greci del passato non solo avevano codificato ma applicavano regolarmente nelle loro epoca.
Pasolini aveva previsto il degrado ma non poteva prevedere l’estremo degrado che si sarebbe abbattuto sul mondo (non solo l’Italia).
Un altro intellettuale che previde il pericolo fu Ernst Jünger che nel suo libro “Sulle scogliere di marmo” del 1939 sentiva l’avvicinarsi di un Kali Yuga, un periodo oscuro, dovuto alla presenza nei boschi del terribile “forestaro” che avanzava verso la civiltà a grandi passi distruggendo tutto quello che incontrava sul suo cammino.
Poco dopo la Seconda Guerra mondiale si sarebbe abbattuta sul pianeta.

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