giuseppe vatinno On febbraio - 8 - 2018

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Uno degli aspetti più importanti delle religioni e delle filosofie orientali è quello della meditazione.

Infatti, questa pratica è una sorta di “ripulitura” dei canali spirituali che permette di raggiungere grandi traguardi sia nel campo più strettamente religioso sia anche in quello fisiologico; infatti il corretto meditare porta, oltre ai benefici spirituali propriamente detti, anche dei benefici fisici in termini di riduzione dello stress e dell’ansia che ci assalgono sempre di più a causa del concitato stile imposto dai ritmi della vita moderna.

Meditare vuol dire quindi ricongiungersi alle vere radici del proprio essere; meditare vuol dire recuperare pienamente quel profondo rapporto tra il microcosmo dell’uomo ed il macrocosmo rappresentato dalla Natura e di cui facciamo parte.

Prendendo come esempio una religione, quella induista[1], che ha fatto della meditazione uno dei suoi cardini, potremmo dire che essa  porta alla ricongiunzione finale della scintilla divina individuale, cioè l’Atman[2] con l’Assoluto, l’Universale, cioè il Brahman[3].

In questa ottica occorre anche notare come la meditazione presenti aspetti di grande concordanza anche con la preghiera intesa nella sua accezione più vasta: preghiera (in oriente recitazione dei mantra) che anche al di là del significato strettamente religioso permette un autentico contatto con “qualcosa di diverso”, e cioè con quel quid che possiamo definire in tanti modi ma che, in definitiva, è riconducibile ad una sorta di “principio unificatore” che sta poi alla base di ogni altra esperienza umana.

C’è anche da dire che, secondo l’induismo, il recitare delle formule religiose, non importa se esse si chiamino “Padre Nostro” oppure si tratti del noto “Om Mani Padme Hum” (“La perla è nel Loto”), mette in contatto l’essere umano con quelle che vengono chiamate “forme pensiero” che sembrano, dopo tanti secoli, rappresentare quasi una realtà a sé stante, compiuta, solida, tridimensionale.

Come detto, sono state soprattutto le filosofie e le religioni orientali ad essersi occupate di meditazione quindi, anche nell’ambito di queste, esistono molti differenti tecniche.

Ma cosa significa esattamente “meditare”?

“Il Nuovo Zingarelli” riporta come significato principale “Considerare a lungo e attentamente; fare oggetto di riflessione”.

In senso etimologico “meditare” viene dal termine latino meditor, cioè riflettere, esercitarsi.

Tuttavia, nel campo di cui ci occupiamo “meditare” ha un significato diverso e cioè quello di liberare la mente dalla vorticosa danza dei pensieri che si seguono e susseguono incessantemente per fare finalmente posto ad una sorta di vuoto in cui resta solo il nostro “Sé”, cioè la parte più legata all’autocoscienza e cioè al senso di esistere.

Per giungere a questo stato occorre naturalmente, come già detto, una tecnica; anzi, esistono più tecniche che possono essere utili al raggiungimento dell’obiettivo del fermare il flusso vorticoso dei pensieri e lasciarci, finalmente, unici spettatori della nostra mente.

Ad esempio, all’interno della disciplina dello Yoga[4], vi è il Pranayama[5] che è basato sul seguire il ritmo del respiro, oppure, nel mondo occidentale, si è sempre più affermato il cosiddetto Training autogeno che permette di modificare alcuni parametri fisiologici solo con la mente.

Sia il Pranayama che il Training autogeno  sono ambiti più vasti della sola meditazione ma includono questa come asse portante per il raggiungimento degli obiettivi proposti.

Nell’induismo la meditazione si chiama Dhyana[6], intendendo con esso un profondo stato di contemplazione religiosa;

Il Buddismo giapponese, lo Zen, deriva addirittura la sua radice dalla parola “meditazione” (dove vengono utilizzati principalmente i Koan, racconti senza senso che permettono di creare il vuoto mentale atto alla pratica della meditazione).

Sempre nello Zen si pratica lo Zazen e cioè la “meditazione seduta” (nella posizione del loto) fissando l’attenzione su un oggetto o anche su meditazioni astratte fino a raggiungere il vuoto mentale e quindi poi la illuminazione.

 

Meditazione induista

 

L’induismo fu probabilmente la prima religione istituzionalizzata che codificò la pratica della meditazione 4.500 anni fa.

Come detto i devoti indù chiamano dhyana la meditazione che consiste nella visualizzazione fisica del dio o della dea, concretizzati con una formula.

Dice infatti Krishna al guerriero Arjuna nel Gita XVIII, 72:

“Hai inteso bene, o Arjoon, ciò che ti ho detto con la mente rivolta soltanto a quello? Hai soffocato la distrazione del pensiero che sorge dall’ignoranza?”.

 

Meditazione buddista

 

La meditazione buddista consiste nel liberare la mente dal flusso costante ed ininterrotto dei pensieri che si affollano costantemente in essa come alte onde in un mare in burrasca.

Il suo fine è appunto il raggiungimento del vuoto mentale e la successiva illuminazione o samadi, cioè quello stato di coscienza in cui oggetto e soggetto coincidono, portando ad un’unione mistica con l’Assoluto.

Il Dalai Lama associa direttamente la felicità alla meditazione.

Che la meditazione apportasse benefici in termine di rilassamento a chi la pratica era ben noto, ma solo da poco gli scienziati sono riusciti a dimostrare tramite strumenti che questo è vero.

Infatti la meditazione buddista attiva proprio quei siti cerebrali legati alle sensazioni di felicità e benessere cosmico.

 

Meditazione trascendentale (o anche TM da “Trascendental Meditation”)

 

Questa tecnica meditativa fu proposta per la prima volta nei primi anni ’60 del millenovecento da Maharishi Mahesh Yogi, laureato in Fisica e guru dei Beatles.

La struttura base di questo metodo è quella di recitare un mantra finquando la mente si acquieta e così si può sperimentare finalmente una chiara consapevolezza di sé.

La tecnica TM è anche stata studiata scientificamente.

Infatti, nel numero 45 del 1972 della rivista internazionale “Le Scienze”, nell’articolo “Fisiologia della meditazione” di Fallace e Benson.

Le sedute giornaliere sono i genere in numero di due ciascuna di 15 – 20 minuti.

Il risultato più importante è quello di una forte diminuzione dello stress il che significa, in termini chimico – fisiologici, una diminuzione del lattato ematico, dall’aumento della resistenza elettrica cutanea, diminuzione della produzione di anidride carbonica e dall’aumento dell’intensità delle “onde alfa” a 9 Hz nell’ elettroencefalogramma.

Il suo fondatore spiega questi benefici con una completa sintonia della mente con il “campo unificato” in una visione solistica della realtà.

 

Osho[7]

 

Al secolo Baghwan Shree Rajneesh. Secondo Osho “la meditazione”, nel senso comune del termine, è “qualcosa a metà tra la concentrazione e la contemplazione. La concentrazione è focalizzata su un punto; la contemplazione ha un raggio d’azione più ampio, la meditazione è un frammento di quel raggio”.

Ma Osho le ha dato un altro significato. Nella meditazione “tu sei colui che osserva e puoi osservare la totalità di ciò che accade…ci si limita ad essere consapevoli tramite l’osservazione.

“Sedetevi e semplicemente giocate con l’idea che non state facendo nulla. Improvvisamente, nel vuoto mentale, accadrà qualcosa che vi porterà all’illuminazione. E questo avverrà in uno dei sette giorni della settimana. Non oltre”.

 

Gurdjieff[8]

 

L’insegnamento di Gurdjieff verte tutto sul fatto che l’uomo è “addormentato” e deve essere “risvegliato” alla vita.

Solo così si giunge ad essere veramente consapevoli. In questa ottica si seguono varie tecniche di risveglio che comprendono, ovviamente, anche la meditazione e la visualizzazione di immagini mentali.

 

Il Training autogeno (“Allenamento che si genera da sé”)

 

In occidente ha avuto grande seguito il Training Autogeno, inventato da J. H. Schultz, che, in pratica, è una ginnastica mentale per apprendere come concentrare l’attenzione all’interno del proprio corpo.

In questo modo si giunge ad uno stato di distensione e di rilassatezza e di eliminazione dello stress.

E’ stato anche definito come una sorta di “Yoga occidentale” che promuove un cambiamento nella sfera psicofisica e promuove un’autoinduzione della calma, ottenuta mediante un rilassamento interiore.

 

Il Cristianesimo

 

In questa religione meditazione indica una forma di preghiera silenziosa, fatta secondo alcune regole orientative, al fine di approfondire un mistero della fede o una verità teologica.

Anche in questo caso la meditazione giunge alla contemplazione del mistero divino[9]

Il modo classico per meditare, nel Cristianesimo, è esposto da Ignazio di Loyola negli “Esercizi spirituali”: egli individua l’attenzione, l’intelligenza, la volontà, la memoria, l’immaginazione; vi è, curiosamente, anche u  riferimento al ritmo del respiro, come nel Pranayama.

Il passaggio dalla meditazione ad una fase più mistica come la contemplazione è stato colto da Giovanni della Croce.

 

Conclusione

 

Insomma la meditazione è un termine che fa uno strano effetto; da un lato è ormai una parola molto usata (ed anche abusata) mentre dall’altro canto, quando si tenta di definirla rigorosamente, sembra sfuggire in un colorato caleidoscopio di definizioni che a volte si sovrappongono mentre altre volte portano a campi molto lontani.

Ma cosa è veramente la meditazione?

Forse la vera risposta non sta tanto nelle definizioni tecniche ed accademie che nelle varie accezioni in cui è presentata da religioni e filosofie ma è dentro di noi.

La meditazione è tecnica psicologica, fisiologica ma anche preghiera, slancio mistico, ricerca dell’equilibrio, della quiete della mente, della serenità.

La meditazione è tutto questo.

Ma anche altro.

Tutto quello che noi sentiamo quando decidiamo, finalmente, di stare bene.

 

Giuseppe Vatinno

 

 

Biografia

AAVV, “Dizionario delle religioni orientali”, Editore Avallardi, 1993

Baggi S., Ceppellini S., “Training autogeno”, De Vecchi editore, Milano 1991

Chaudhuri C. Nirad, “L’induismo”, dall’Oglio editore, 1979

Iyengar b.k.s., “Teoria e pratica del Pranayama”, edizioni mediterranee, Roma 1984

(Cardinal) Martini Carlo Maria (a cura di), “Storia ed attualità di 2000 anni di speranza”, De Agostini, Novara 1997

Osho, “Iniziazione alla meditazione. Il risveglio della consapevolezza”, edizioni mediterranee, Roma 1999

Rajneesh Shree, “Discorsi sul TAO-TE-CHING di Lao Tzu”, edizioni mediterranee, seconda edizione Roma 1989

Scaligero Massimo, “Tecniche di concentrazione interiore”, edizioni mediterranee, quarta edizione Roma 1990

 



[1] Termine di origine persiana che designa la religione dell’India nelle sue fasi vedica, brahmanica e induistica vera e propria.

[2] Termine filosofico-religioso sanscrito (derivante dalla radice an, respirare) con cui si indica il soffio vitale o anima; più in generale indica il “Sé”.

Nei testi sacri dei Vedanta, precisamente nelle Upanishad, l’atman è identificata alla fine dei cicli evolutivi con la sostanza universale o Brahman.

[3] Il Brahman, è l’Assoluto o forza suprema al di sopra di tutte le divinità. Il termine deriva dalla radice sanscrita brh, effondersi.Il termini personali e religiosi può essere identificato nel dio Brahma.

[4] ”Yoga” deriva dalla radice sanscrita “yuj” che significa aggiogare l’attenzione per usarla nella meditazione.

[5]In sanscrito  “Prana” significa respiro, flusso vitale e “Ayama” significa controllo. Quindi Pranayama significa controllo del respiro nel senso di estensione/contrazione.

[6] Dal verbo sanscrito “dhyai” cioè pensare; da essa deriva il cinese  “ch’an” e il giapponese “zen”.

[7] Baghwan Shree Raijneesh, India 1931, USA 1990.

 

[8] Georges Ivanovitch Gurdjieff, Alexandropoll, Russia 1877, Neuilly, Francia 1949.

[9] Cfr., ad esempio, Luca 2,19 “(Maria) serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”.

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